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Ironico suo malgrado, con una poesia sottile come una lametta e arie che paiono uscite da un LP dei Settanta, Dente fa la felicità degli amanti della lingua italiana e dei romantici, incantando con la sua splendida malinconia.

Dente, al secolo Giuseppe Peveri di Fidenza, non è un ottimista e fa di tutto per non apparire tale. Si sforza di continuo di ricordarci che “non c’è un cazzo da ridere” (parole sue, che dice, però, sorridendo ndr), che in amore si soffre e ci si incazza (lo avevamo capito molto bene in “L’amore non è bello”), che le distanze sono spesso e volentieri incolmabili anche quando si è complementari (Rette parallele – “se noi fossimo dei petali io sarei dopo di te, quando sono mama io sei non mama tu”), si sforza di dirci che lui è un tipo cerebrale e triste, molto triste e vuole a tutti i costi farci piangere (Piccolo destino ridicolo – “se lui l’ama lei lo ama a me a me non mi ama più nessuno”). Per cui se vi siete appena lasciati con il vostro lui o la vostra lei, le canzoni di Dente, già dallo scorso album, sembrano scritte apposta per voi. A fregarlo nel suo intento è, però, la sua innata ironia, la naturalezza alla battuta sagace, il gusto per il calembour, la perversione di spezzettare le parole e giocarci, alle quali si aggiungono una “erre che gratta” che fa letterato e un accento emiliano che contagia e te lo fa sentire subito come uno di casa; un amico a cui piace imbracciare la chitarra e raccontarti un po’ di sfighe amorose con quella lucidità di chi sa come vanno le cose al mondo che è tanto frequente proprio in terra d’Emilia. Così anche nel suo nuovo album “Io tra di noi”, paradosso delizioso che fa colta citazione dal brano “Noi tra di voi” di Charles Aznavour, Dente conferma quanto di buono si sapeva di lui e getta definitivamente le basi per una carriera da cantautore vero. I fans della prima ora possono stare sereni: non ci sono cambiamenti drastici, è un disco di Dente dalla prima all’ultima nota, nonostante si senta – ed è un bene, intendiamoci – la presenza di una produzione più importante, una cura negli arrangiamenti e nei suoni che rende il quarto disco di Dente un lavoro elegante (giusto per allinearmi all’aggettivo più utilizzato dai critici veri). Questo probabilmente perché molte delle canzoni contenute nell’album sono state scritte prima di pensare all’album stesso, in un processo creativo che attinge alla vita personale dell’autore e al suo mondo onirico in una miscellanea che spesso non fa distinguere il reale dall’immaginato. Anche questo elemento ci rivela la personalità di Dente, un trentacinquenne che non ama raccontare i propri affari ma che non può fare a meno di cantare dei propri sentimenti, portandoli ad esperienza a cui abbeverarsi. Chissà se un giorno anche Dente canterà di qualcosa che non siano vicende d’amore, di certo per il prossimo album gli spetta un compito arduo, quello di provare ad inserire qualche elemento di diversità onde evitare il rischio di ripetersi come un bellissimo loop. Per ora è salvo, perché anche “Io tra di noi”, sottolineatura di come il problema nella coppia sia l’io e non il loro, è un lavoro eccellente, uno di quei gioiellini da conservare nel quale ricercare le massime esistenziali di una generazione.



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Nicola Andreetto
Responsabile editoriale. Autoproclamatosi dottore in filosofia centaura con una tesi “Sul rapporto tra uomo e motocicletta ai tempi del colera", annoiò commissione e astanti al titolo. Nostalgico per partito preso e senza motivo alcuno, ama il ferro, specie se arrugginito e inorridisce all'associazione meccanica-elettronica (questo prima di guidare una Multimultimultistrada). Nonostante l'aspetto bruto è un sentimentale: conserva la foto del Morini 50 e la sua adorata “Cibina” (a pezzi, nel freezer). Dovrebbe rinunciare a qualche fetta di salame e prendere in considerazione il progresso: è convinto che la forcella rovesciata abbia la ruota per aria. Per Real-Bikes pensa e parla ma quasi mai in quest'ordine. Il suo blog personale è www.scusamamma.it.