Rossi lancia la sfida su Twitter e viene sonoramente bastonato da Lorenzo. MotoGP? Sfida di Cross? Storie di cuore? No, semplici videogiochi. Ma questo è il bello della competizione
La notizia è vecchia di qualche giorno e di per sè è interessante quanto l’ennesimo arresto di Lindsay Lohan, eppure, secondo me, offre spunti su cui pensare. I fatti sono più o meno questi: Valentino Rossi, appassionato di playstation e simulatori di guida, qualche giorno fa ha lanciato una sfida su Twitter pubblicando il tempo sul giro fatto registrare in un circuito virtuale (il gioco è Gran Turismo 5, un simulatore di guida iper realistico e la vettura utilizzata una Pagani Zonda) e ha chiesto ai suoi followers se qualcuno era in grado di fare meglio. Questione di poche ore e il “maiorchino-costantemente-incazzato” risponde alla sfida pubblicando una foto che ritrare il suo schermo di casa, con impresso un tempo inferiore di svariati secondi rispetto a quello del rivale. Rossi non può far altro che abbozzare, fargli i complimenti e buttarsi sul videogioco cercando di limare ancora qualche secondo al suo tempo miserrimo (per la cronaca ci è riuscito, ma non ha ancora raggiunto Lorenzo).
Per farla breve, a leggere di ‘sti due che si scannano anche per un banale videogioco, ho realizzato quali sono gli esatti contorni di quel meraviglioso stato mentale chiamato “istinto di competizione“. Qualcosa che tutti abbiamo, chi più e chi meno, senza dubbio però, i piloti ne hanno di più, ma tanto di più. E poi, vederlo messo in pratica da due così, in una banale situazione quotidiana, ti fa rendere conto di quanto sia grande la distanza tra noi e loro. Io mi domando se questi personaggi così voraci di vittorie e, nel caso specifico, così pieni di trofei, abbiano il ricordo di ogni loro singolo successo. Cioè, prendiamo Valentino: se escludiamo il 2011, questo simpatico 32enne vince da quando aveva 6 anni. Con tante vittorie sarebbe facile pensare che qualcuna gli sia scivolata tra le maglie della memoria.
Eppure, secondo me, non è così. Valentino, Lorenzo, Stoner, insomma, quelli come loro, si incazzano se perdono e si ricordano di ogni vittoria, anche di quelle ottenute giocando a ping pong contro il nonno. La loro volontà li porta a incasellare ogni evento della loro vita come fosse una vittoria o una sconfitta, senza particolari emozioni. Ed è questa, secondo me, la differenza sostanziale (oltre al talento, s’intende): loro non vivono di ricordi, ma di statistiche. Noi diamo importanza agli episodi, ce ne affezioniamo, quasi ne rimaniamo invischiati. I piloti no, loro al massimo iniziano a ragionarci sopra quando vanno in pensione e hanno il tempo per rendersi conto di ciò che hanno fatto.





