Che cosa si nasconde dietro l’uso smodato di paroloni altisonanti?
Poco meno di un lustro fa un uomo di scienza proveniente dal nuovo continente, per la cronaca un tale di nome Daniel M. Oppenheimer, volle corroborare mediante gli esiti di un’investigazione linguistico-matematica ciò che fino ad allora era confinato nel puro e semplice pensiero comune; il luminare decise di dimostrare in maniera scientifica che dietro a uno scritto (letterario o giornalistico) smaccatamente farcito di termini ricercati e di locuzioni distanti dall’uso comune, sovente si rinviene una pochezza di contenuti e un piattume stilistico quasi patologici. Dopo mesi di dura ricerca, con lo studio scientifico intitolato “Consequences of Erudite Vernacular Utilized Irrespective of Necessity: Problems with using long words needlessly”, lo studioso statunitense, davanti alla comunità scientifica riusci a dimostrare incontrovertibilmente la veridicità della succitata credenza popolare, provando la sussistenza di un rapporto inversamente proporzionale in grado di legare la pregnanza qualitativa di uno scritto al grado di ricercatezza espositiva utilizzato per la stesura dello stesso.
Se nel digerire il pezzullo soprastante vi è sembrato di non leggere nulla, beh, avete ragione. Del resto, è risaputo che durante le feste natalizie le notizie interessanti latitano, e noi vi rispettiamo troppo per pubblicare sul nostro, vostro (e da qualche giorno, pure di Marco Melandri) amatissimo Real-Bikes notizie quali la recente vasectomia di Luis Nazario de Lima in arte Ronaldo.




